“Non temere, perché io ti ho riscattato,
ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni” (Is 43,1)

Perché mi sono fatto prete guanelliano? E’ una domanda che diverse volte mi sento rivolgere e che mi invita ad andare alle radici della mia scelta di vita.

Ho conosciuto fin da bambino i guanelliani perché guidavano la mia parrocchia d’origine. Ma il motivo originante la mia scelta vocazionale risiede maggiormente nella famiglia, soprattutto in una mamma che mi ha educato ad una fede semplice ed essenziale ed in un fratello seminarista più grande di me. Quest’ultima circostanza mi mise in contatto con la realtà del seminario, che fin da ragazzino colsi come un ambiente familiare, facendo sbocciare in me il desiderio di entrarvi.

Il fatto di aver vissuto la mia adolescenza in questa prospettiva vocazionale, confrontandomi cioè continuamente con un progetto di vita religiosa che sarebbe potuto diventare il mio, mi ha aiutato a comprendere quanto sono vere le parole del profeta Isaia, là dove dice: “Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni” (Is 43,1). Col tempo ho capito sempre più che la mia esistenza, tutta intera, è del Signore, e che tale appartenenza non schiaccia, ma rivela un progetto di felicità piena per me.

Nel mio cammino vocazionale si evidenziavano nel frattempo alcuni dati di fatto. Il primo legato al mio rapporto con il Signore: la preghiera, che da realtà ovvia e scontata, diveniva un qualcosa di cui non potevo più fare a meno, perché comprendevo che era il canale attraverso il quale Dio mi parlava. Il secondo, più pertinente alla realtà del prossimo e consistente in quelle esperienze di servizio con i ragazzi, gli anziani ed i disabili (i beniamini di don Guanella) che mi introducevano nel mondo della carità e mi facevano percepire non tanto quello che io riuscivo a dare loro quanto quello di cui loro mi arricchivano.

Domande circa la mia idoneità vocazionale non me le sono mai fatte? Certo, e meno male! Soprattutto perché sollecitate dalla vita. Le esperienze affettive mi hanno aiutato a percepire la bellezza di un amore umano; le inevitabili incomprensioni della vita comunitaria mi hanno fatto capire i limiti della mia persona e la ricchezza costituita dall’altro. Confesso che mi ha spaventato il “per sempre” insito in qualunque scelta vera, quindi anche in quella sacerdotale – religiosa. E’ stato liberante comprendere che in gioco non c’era solo la fedeltà mia, ma soprattutto quella di Dio.

Sono prete guanelliano da diversi anni e col pensiero vado spesso agli anni del mio discernimento vocazionale. Nel guardare la mia vita constato la presenza di un Dio buono che mi si è reso presente attraverso tutte quelle persone che mi hanno voluto bene e nei fratelli a cui mi manda. Sono consapevole del mio peccato e dei miei limiti, ma ancor più certo della bontà di Dio nei miei confronti